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Viaggio in Kirghizistan: “Lettere dalla Kirghisia”

Inviato da rongpuk in data 21 settembre 2009 – 17:288 commenti

Post di rongpuk

Esperta locale di Nepal e Tibet su TripAdvisor. Seguila su Flickr

(seguito del post Viaggio in Cina durante le Olimpiadi di Pechino).

Mentre facevo l’interminabile fila alla frontiera cinese pensavo a qualche anno fa, quando ero quasi convinta che ce l’avrei fatta a farmi sta benedetta Via della Seta, e oltre a prendere la Lonely aggiornata dell’Asia centrale, acquistai anche un fantomatico libricino blu dal titolo “lettere dalla Kirghisia”, che credevo riportasse perle di saggezza su uno dei tre paesi che volevo visitare. Ma ero distante mille miglia dai contenuti del libro e anche dal Kirghizistan

Il nostro furgone non ci può accompagnare dal confine cinese al confine kirghiso, che dista circa 3 chilometri oltre la zona morta. Non possiamo neanche andarci a piedi perché al primo posto di blocco, i kirghisi ci fermano e ci fanno segno che così non possiamo sconfinare. “Siamo sull’Irkeshtan pass che diamine!” così saliamo su un tir cinese. Il camionista è molto gentile a darci un passaggio col suo camion.

SARI TASH

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Vedo il confine in lontananza, il passaggio kirghiso è fatto in un attimo e al di là ci attende un nuovo furgone che ci porterà a Sari Tash. Lungo il tragitto lo scenario montuoso è splendido. Il vecchio Mercedes si inerpica lentamente sullo sterrato. Tra un picco, una vallata e un altopiano, scorgiamo le prime yurte e i pascoli che si perdono a vista d’occhio fino alle pendici delle montagna. Nel pomeriggio giungiamo a Sari Tash.

Una giornata di viaggio molto intensa, ripagata degnamente dalla bellezza del luogo in cui sono giuta: sono alle pendici del Pamir, in un altipiano a 3800 metri. Una meraviglia! Il villaggio è un paesotto di montagna, il centro con le casette in muratura col tetto in lamiera, qualche carrozza cargo adibita a casetta con caldaia e canna fumaria annessa che fa tanto “dominazione russa”. La via principale del paese si perde all’orizzonte e sembra congiungersi con le montagne sullo sfondo. C’è una singolare pompa di benzina a bordo strada: un cartello con scritto in russo “CARBURANTE” e una tanica di benzina posata su una sedia di fianco al cartello. Davanti al municipio spunta un busto argentato di Lenin che luccica come un gioiello.

Il paese ha un solo minimarket e due “posti” dove dormire. Anche se credo che la maggior parte degli abitanti ospiterebbe volentieri qualche viaggiatore. Noi alloggiamo in periferia, dove ci sono le yurte e iniziano i pascoli. Il nostro campo è gestito da una kirghisa e da un bergamasco che sta qui da anni allevando cavalli e portando gli avventurieri in alta montagna. L’escursione più gettonata è il trekking al Pik Lenin (7.134 mt). La nostra guida e il nostro autista sono pakistani e staranno con noi fino al confine uzbeko. Persone spassosissime!

La mia yurta: da dentro osservo il cappuccio che la copre in alto, l’intelaiatura a doppia croce è disegnata in giallo sulla bandiera rossa kirghisa, dicono che in inverno lasci entrare il caldo e protegga dal freddo (in inverno qui fa -30°C). Ceniamo con del buon plov e con del pane soffice soffice. La temperatura cala rapidamente. I ragazzi del campo mettono i cappotti ai cavalli e li fanno entrare nella tenda-stalla. Nella yurta di fianco alla mia incontro dei ragazzi che stanno andando in Tagikistan e poco dopo il calar del sole arrivano una decina di motociclisti che stanno attraversando tutta l’Asia Centrale in moto. Che emozione dev’essere su queste strade con questi panorami…

La mattina all’alba nella yurta ci sono 8°C. Ho dormito bene sul materassino morbido e dentro il mio inseparabile sacco a pelo, non pensavo. Quando esco c’è ancora la luna gialla in cielo e le montagne tutt’attorno mi lasciano senza fiato. Non c’è niente, solo qualche pascolo e il Pamir bianco e rosato che brilla al primo sole.  Dopo una colazione a base di pane burro e marmellata fatta in casa, saliamo sul furgone alla volta di Osh.

OSH

I nostri pakistani chiacchierano sorridenti, la strada è bruttina, il paesaggio bellissimo. Incrociamo almeno due tir ribaltati sui tornanti con le merci in strada e giù per la scarpata. Vita dura qui per i camionisti! e non solo per loro. Più a valle, dopo due ore e mezza di viaggio, sostiamo in un villaggio per una merenda in una piccola locanda. Praticamente è una casa dove due belle signore stanno impastando la sfoglia per fare i tortelli proprio come faceva mia nonna. Il ripieno ha un profumino invitante  ed i  tortelli sono anche esteticamente fantasiosi. Quando ripartiamo ci portiamo con noi un signore kirghizo. Anche lui è diretto a Osh. Per strada incrociamo spesso greggi di pecore che ci rallentano la marcia, inoltre buchiamo.

In serata finalmente ci ristoriamo in una bella guest house: Barak-ata. Dopo cena mi faccio accompagnare dai pakistani in un giretto notturno. Non c’è un lampione acceso neanche a pagarlo e non si vede nulla. Ci rifugiamo in un internet point. Osh è una città in mezzo al niente, eppure le sue origini si perdono all’alba del V sec. a.C.. A prima vista pare piuttosto ordinata e in centro ha un colle che sembra una donna gravida sdraiata. Qui vengono in pellegrinaggio molte donne e molte coppiette che vorrebbero dei bambini.  E’ un luogo sacro per la fede islamica. Si racconta che qui sopra fosse venuto a pregare Maometto in persona. Il colle era conosciuto storicamente come Trono di Salomone, ma oggi  per la gente del luogo si chiama Dom Babura, in ricordo del rifugio con moschea fatto costruire qui dal re di Fergana, Babur nel 1497.

Non sembra esserci molto di più in questa città, però il il bazarBazar è carino: molti banchi vendono i tipici cappelli di feltro bianchi e neri con la tesa arrotolata e i ricami in fronte e gli alimentari hanno tavolate intere coperte di frutta secca. Le donne sono sorridenti e gioviali. Sono belle. Alcune scure scure altre biondissime con gli occhi chiari. Tutti vogliono le foto: donne, uomini, bambini. Con l’aiuto della nostra guida pakistana troviamo il mercato dell’oro e dei gioielli. E’ in un posto singolare. Un grosso capannone all’aperto con le donne in piccoli gruppi sedute a semicerchio, chi con la valigetta aperta, chi con la borsetta, tutte con una sfilza di gioie tra le mani: le mostrano alle possibili acquirenti così, in modo naif! Non avevo mai visto maneggiare oro e preziosi in mezzo alla strada con tanta disinvoltura.

Il Kirghizistan: che Paese bizzarro e incantato!

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